“Hospes” al David, il corto di Carlo Perassi

Al David di Donatello, in gara per la sezione corti, c’è Carlo Perassi. Concorrerà per la vittoria finale con il cortometraggio “Hospes”. Conosciamolo meglio.

Cominciamo subito con la domanda di presentazione. Chi è …?

Sono un ingegnere, risvegliato dal Cinema meno di tre anni fa.

Tre domande da appassionato: qual è il suo regista preferito e il film/cortometraggio che non smetterebbe mai di rivedere? Perché?

Il mio regista preferito è Ozu, mentre il corto che trovo meraviglioso, più di ogni altro, è “La Jetée” di Chris Marker. Ozu, minimizzando ogni aspetto, riesce a trasmettere con potenza e universalità i sentimenti. Marker ha creato un corto epocale in molti punti, non solo nel montaggio: anche qui l’anima dei personaggi è definita splendidamente. Entrambi sono maestri nella parsimonia: caratteristica essenziale, anche per i corti.

Da dove nasce l’idea per un cortometraggio? Dove trova gli spunti per realizzare le sue opere?

Il protagonista, nei miei corti, è quasi sempre una donna: per me è una sfida superiore e gli spunti arrivano da frammenti reali, trasformati con elementi fantastici.

La cosa più facile e quella più difficile durante le riprese?

Non mi viene in mente una cosa facile, mentre quella difficile potrebbe forse essere, quando si è costretti a ripensare in fretta una scena, rendersi conto se sarà più o meno difficile per lo spettatore comprendere il senso dell’azione.

Corto è davvero più bello?

Non so se sia più bello ma molti professionisti, con mia sorpresa, mi han detto che lo ritengono più difficile: sicuramente avendo pochi minuti e mezzi semplici, narrare chiaramente – senza essere troppo didascalici, ellittici o, peggio, retorici – non è facile.

Qual è il suo stato d’animo quando, per necessità di lunghezza della pellicola, deve rinunciare ad una scena ben fatta?

La prima responsabilità del regista è comunicare un senso attraverso immagini e suoni, come mi ha insegnato Guido Chiesa: ogni scelta va indirizzata verso questo obiettivo e il mio stato d’animo varia di conseguenza.

Nell’ambito del cinema italiano, in che misura è possibile proporre delle nuove idee e quanto invece si deve venire a patti con i produttori e i gusti del grande pubblico?

Vedo il coraggio delle proposte legato alla varietà dell’offerta: quando i canali di produzione son pochi, l’autocensura è maggiore. Nulla è però immutabile: ad esempio con le produzioni dal basso, punti di vista originali possono arrivare nelle sale con meno fatica.

Non può mancare una cconsiderazione per l’oscar di Paolo Sorrentino…

Lo vidi al cinema nel periodo in cui girai Hospes: mi stupirono subito i movimenti macchina e il montaggio, inusuali per un film italiano. Sull’evoluzione del protagonista è stato scritto moltissimo e non aggiungerei nulla: in molti modi, abbiamo tutti riflettuto parecchio.

Il David di Donatello è uno dei premi artistici nazionali più importanti. Cosa si prova ad essere inseriti tra i possibili vincitori della statuetta?

Il massimo per me credo sia esser qui e ne son contento.

Prossimi progetti? Il sogno nel cassetto?

Soffrire un po’ meno “scavando” in scrittura e, forse, con il prossimo progetto ce la farò.