“Il confessionale”, corto low budget di Davide Pompeo

Si chiama Davide Pompeo, viene da Lanciano (Ch) ed è un giovane regista. Precario come tanti suoi coetanei, dopo essersi tolto qualche soddisfazione all’estero, si propone qui in Italia, sul palcoscenico del David, con “Il confessionale”. Conosciamolo meglio.

Cominciamo subito con la domanda di presentazione. Chi è …?

Sono un videomaker per passione. Il mio percorso di studi è stato totalmente diverso: sono laureato in ingegneria informatica, ma da quando ero un ragazzino mi diletto a fare cortometraggi o qualsiasi cosa in ambito audiovisivo che implichi un processo creativo. Da qualche mese mi sto specializzando nell’ambito della computer grafica e devo dire che è un ambiente molto attivo ed interessante, ma purtroppo poco sviluppato qui in Italia.

Tre domande da appassionato: qual è il suo regista preferito e il film/cortometraggio che non smetterebbe mai di rivedere? Perché?

Non ho un regista preferito, ne ho tanti. In ordine sparso: Nolan, Fincher, Tarantino, Kubrick, Coppola, Cameron, Jeunet…  Di italiani direi Leone e Fellini. Tutti registi conosciutissimi proprio perché la loro bravura è nell’abilità di parlare a tutti in modo intelligente e non banale. Per quanto riguarda il film ne dico due che paradossalmente non sono firmati dai registi che ho appena citato. Il primo è “Le ali della libertà” di Frank Darabont: un film assolutamente lineare, ma fatto da Dio, emozionante e con un grandissimo colpo di scena finale. Il secondo film è “La vita è bella” di Benigni, un connubio raro di dramma e comicità. Uno dei pochi film italiani degli ultimi anni che mi ha veramente appassionato.

Da dove nasce l’idea per un cortometraggio? Dove trova gli spunti per realizzare le sue opere?

Le mie storie prendono spunto da esperienze personali e dalla vita di tutti i giorni. Mi diverto a mettere in discussione i luoghi comuni cercando di fornire stimoli di riflessione. Spesso mi capita di pensare a quello che farebbero persone normali alla prese con situazioni più grandi di loro. Per quanto riguarda “Il confessionale” sono sempre stato un appassionato della seconda guerra mondiale, anche perché la mia città, Lanciano, è medaglia d’oro al valor militare. In quel periodo era ben chiara la distinzione tra il bene e il male: i nazisti erano cattivi, si sa. Ma cosa succede se un ufficiale nazista va da un prete a confessarsi? E’ giusto assolverlo? Da questa semplice idea ho sviluppato la storia del mio corto.

La cosa più facile e quella più difficile durante le riprese?

E’ buffo, perché non mi viene in mente nulla di facile da associare al concetto di “riprese”: è una battaglia continua. Il regista solitamente è un pazzo che girerebbe all’infinito fin quando la scena non è identica a come l’aveva immaginata. Il difficile per lui è scendere a compromessi con il tempo a disposizione e con le esigenze degli altri. Affinché il tutto sia meno traumatico deve circondarsi di belle persone, sia a livello professionale che a livello umano, e devo dire che fino ad ora non mi posso lamentare.

Corto è davvero più bello?

Il corto è bello perché rappresenta una sfida. Devi dare un messaggio e hai poco tempo per farlo. Di conseguenza ogni parola dello script ed ogni singola inquadratura hanno un peso nella storia. In generale il ritmo della narrazione è importantissimo, ma in un corto lo è ancora di più. Alcuni registi fanno l’errore di considerare il cortometraggio come puro esercizio di stile finendo in realtà nel non dire nulla.

Qual è il suo stato d’animo quando, per necessità di lunghezza della pellicola, deve rinunciare ad una scena ben fatta?

E qui ci ricolleghiamo al discorso precedente. Durante le riprese ogni scena sembra fondamentale per far recepire al pubblico il mio messaggio. Se poi una scena è ben fatta la sofferenza è ancora più atroce, soprattutto se il taglio è imposto dai piani alti della produzione. Ma a mio parere un bravo regista deve avere il coraggio di non fossilizzarsi sulle proprie posizioni. Quando una persona dà la sua opinione (che sia il produttore o il microfonista) è sempre un bene tenerne conto, perché a volte si è talmente “dentro” ad una realtà da perdere la visione complessiva del tutto. Il momento del montaggio è un ottima occasione per staccare il cervello dalla fase delle riprese e guardare il film con un occhio critico, ma per fare questo bisogna essere estremamente umili.

Nell’ambito del cinema italiano, in che misura è possibile proporre delle nuove idee e quanto invece si deve venire a patti con i produttori e i gusti del grande pubblico?

Io credo che molti produttori italiani sottovalutino i gusti del grande pubblico. Solitamente i film sono divisi in due categorie: quelli mainstream e quelli impegnati. La prima categoria è associata ai concetti di leggerezza e superficialità, la seconda invece è roba noiosa, da festival e fruibile solo da intellettuali e critici. In America e in altre nazioni il confine tra queste due categorie è meno marcato che qui in Italia: spesso e volentieri (ma non sempre) ci ritroviamo film di un certo spessore che incassano centinaia di milioni di dollari. Proporre nuove idee in Italia è molto difficile, perché i produttori non hanno coraggio di investire preferendo binari più sicuri. Ed è un peccato, perché qui c’è molta gente con talento e voglia di fare.

Non può mancare una considerazione per l’oscar di Paolo Sorrentino…

E’ sempre un piacere quando un italiano vince un premio così importante. Ammiro Sorrentino per la sua impressionante abilità nel muovere la cinepresa. Citando una battuta del suo film: noi italiani siamo famosi all’estero solo per le pezze e per le pizze. In questo caso ricordiamo al mondo che, quando vogliamo, siamo bravi anche a fare cinema.

Il David di Donatello è uno dei premi artistici nazionali più importanti. Cosa si prova ad essere inseriti tra i possibili vincitori della statuetta?

Naturalmente sono contentissimo, ma sono anche realista e resto con i piedi per terra. “Il confessionale” è un corto low budget realizzato con soli 3000 euro (ottenuti grazie al bando “InContatto” di cineama.it) e se la dovrà vedere con produzioni dieci volte più grandi e costose. Fortunatamente ho avuto collaboratori fantastici come i ragazzi dell’associazione “Over the Cover”, che mi hanno aiutato con tanta passione e professionalità. Il risultato è un corto un po’ atipico per essere italiano e non a caso è stato più apprezzato all’estero che qui in Italia (qualche giorno fa abbiamo vinto un importante festival in India), ma spero di essere smentito nelle prossime settimane.

Prossimi progetti? Il sogno nel cassetto?

Ho tante idee e una miriade di progetti: alcuni di questi sono fattibili, per altri servirebbero produzioni hollywoodiane. Ho appena sviluppato una storia che tratta del rapporto tra sesso e politica, in un contesto più ironico e fumettoso di quanto si possa pensare, ma anche con risvolti maledettamente tragici. Il mio sogno nel cassetto? Trovare subito un lavoro: sono un maledetto precario.