Ezio Azzollini in gara per la sezione corti

Ezio Azzollini è coautore, con Lucia Perrucci, del corto “L’uomo che cuce il tempo”, in gara per la sezione cortometraggi. Conosciamolo meglio per capire come si fa a portare “un bambino alla buonanotte”.

Che vuol dire girare un cortometraggio oggi?

È più facile che in passato, grazie ai mezzi a disposizione. Chiaramente il numero dei prodotti è esponenzialmente superiore rispetto a qualche anno fa. Quindi distinguersi diventa complicato, e anche come spettatori è a volte difficile non entrare nell’ottica del “visto uno, visti tutti”. Serve qualcosa di davvero speciale, coraggioso, e poco ruffiano: per cui è allo stesso tempo più facile per certi versi, più difficile per molti altri.

Quale tipologie cinematografiche vengono meglio rappresentate da un cortometraggio?

Molti indicherebbero generi che si basano sull’effetto sorpresa, o magari sulle meditazioni ad uso e consumo di chi è dedito all’onanismo intellettuale. Ma credo che il format del corto sia quello più adatto alla riedizione del concetto classico di fiaba: puoi raccontare, insegnare, spaventare, intrattenere, far viaggiare, e hai lo stesso tempo e fondamentalmente gli stessi strumenti per portare lo spettatore nel tuo mondo, come un bambino alla buonanotte. Possibilmente senza farlo sbadigliare.

Quale corto di sua realizzazione offrirebbe come biglietto da visita ad un produttore cinematografico?

“L’uomo che cuce il tempo” è abbastanza rappresentativo di quello che intendiamo fare raccontando storie, e cioè far intuire qualcos’altro oltre l’effettivo mostrato. Ci piace molto l’allusivo, il suggerito, l’immaginato. Lo spettatore è il nostro coprotagonista, o vogliamo che lo sia. Al contrario dello spiattellamento, che è molto spesso una torta in faccia di inaudita violenza. Con questo film, io e la mia coautrice Lucia Perrucci, abbiamo provato a mettere in pratica queste convinzioni.

Quale fase lavorativa la impegna maggiormente?

La scrittura richiede preveggenza su cosa può andar storto, il montaggio l’intuizione che spesso te lo risolve, ma le riprese sono il meglio del peggio. Devi essere più forte della pioggia, dei ritardi, degli schiamazzi di chi non vuole che gli blocchi la strada. La cosa più difficile, spesso, è resistere alla tentazione di dire “buona la prima”, e star lì finché non hai ciò che vuoi. E a quel punto magari ti spunta il fonico che ti fa: “no, dobbiamo rifarla, si è sentito un motorino a Tirana”.

Che rapporto hanno le generazioni digitali con il cortometraggio?

La fruizione è decisamente più facile. Ma vediamo in generale una scarsa voglia di interrogarsi sugli effettivi significati, una scarsa voglia di mettersi in discussione, e, anziché dire “è una cazzata”, porsi su un piano di ricettività e sensibilità rispetto a quello che guardi, consumi e passi avanti, perché i correlati di Youtube ti suggeriscono già una cosa più divertente, come un tipo australiano che si sfracella nudo contro un muro.

La selezione del casting come avviene?

Fortunatamente il low budget finora ci ha sempre posto in una condizione pasoliniana riguardo gli attori: far venir fuori l’espressione giusta da una faccia giusta, ma che non ha mai recitato prima, è ragione di soddisfazione doppia. Per altri versi, quando l’attore professionista che immaginavi mentre scrivevi il ruolo, dice sì alla tua sceneggiatura, come nel caso di Alberto Rubini nel nostro film, alzi un po’ per tutti l’asticella della qualità interpretativa.

Il corto è ancora lo strumento di promozione per un regista emergente?

Non ne vedo altri, anche perché emergente spesso vuol dire “in emergenza” economica. Certamente il mondo sarebbe più bello, e forse più giusto, se bastasse una bella sceneggiatura ad arrivare sulle scrivanie dei produttori. Ma questo accade solo nei film, anzi nei film dentro i film.

È possibile, spinti dalla sola passione, realizzare un corto di successo?

Se bastasse solo la passione non ci sarebbe bisogno del lavoro, della formazione, della sensibilità. Anche perché una passione ce l’hanno un po’ tutti, e si rischia di somigliare ad un mucchio di formiche sullo zucchero, che non si fermano mai a porsi interrogativi sulla effettiva propensione alla dolcezza.

Quanto denaro è necessario per la realizzazione di un cortometraggio?

Soprattutto all’inizio, e temo anche più in là, ogni bravo regista è un ottimo questuante. Quello che serve è sempre un euro in più di quello che hai. La cosa davvero importante, però, non è tanto avere soldi, ma avere una grande squadra. E una grande squadra ha il suo costo.

Le agenzie ed i festival nazionali che ruolo hanno oggi?

Un ruolo fondamentale, per la veicolazione, per far prendere aria al film, per subire bastonate e capire quanto arriva, capire quanto viene compreso, per metterti in gioco. Perché se no staresti nella tua stanza a ripeterti da solo quanto sei bello e bravo. Ammesso, e non concesso, che lo sia.

>>> Leggi l’intervista alla coregista Lucia Perrucci