Alessandro Riconda presenta “Shame and glasses”

Il suo sogno è semplice: fare film. Si chiama Alessandro Riconda e arriva al David con “Shame and glasses”, un corto che gli ha dato parecchie soddisfazioni. Scopriamolo insieme.

Cominciamo subito con la domanda di presentazione. Chi è …?

Alessandro Riconda: studente universitario presso il Politecnico di Torino, la mia aspirazione è fare film. Questo in qualche modo fa di me anche un aspirante regista, ma non è solo la regia che mi interessa.
Non potendo frequentare una vera scuola di cinema ho cercato di studiare seguendo corsi serali, facendo interviste ad altri filmaker e da autodidatta con decine di manuali.
Ho studiato le basi di quasi ogni aspetto della realizzazione di un film, con una particolare attenzione alla sceneggiatura: ho seguito un corso annuale presso la Scuola Holden a Torino e uno di due mesi con il regista Daniele Gaglianone.
Tuttavia l’aspetto che mi piace di più è la traduzione della storia in immagini, quello è ciò che realmente mi piace e che considero il cuore di un film.

Tre domande da appassionato: qual è il suo regista preferito e il film/cortometraggio che non smetterebbe mai di rivedere? Perché?

Il mio regista preferito è senza dubbio Hayao Miyazaki. Ha scritto e diretto film indimenticabili, dei sogni ad occhi aperti per grandi e piccoli, che possono essere visti sotto diverse chiavi di lettura. Un peccato che in molte nazioni l’animazione sia considerata una “cosa da bambini”.
Nel mondo del corto invece il mio preferito è Skhizein, dell’animatore francese Jeremy Clapin. È riuscito a raccontare una storia incredibilmente originale e densa di significato. A mio avviso il miglior corto che abbia mai visto.
Sì lo ammetto, sono un animatore mancato: amo l’animazione, ma non so disegnare…

Da dove nasce l’idea per un cortometraggio? Dove trova gli spunti per realizzare le sue opere?

Non lo so. “Shame and glasses” è il mio primo corto non amatoriale, il primo che ritengo davvero riuscito. Ne ho altri nel cassetto, ma per me scrivere è molto difficile. Le idee sono poche e solitamente me le boccio da solo: preferisco la qualità alla quantità.
In teoria l’idea può essere qualsiasi cosa, non ci sono regole per trovare buone idee. L’importante è scrivere di qualcosa che si conosce o che si può conoscere. E comunque trattare tematiche vicine alla propria sensibilità personale.
In generale non credo ci siano cattive idee, credo stia tutto in come uno le sviluppa e le struttura.

La cosa più facile e quella più difficile durante le riprese?

Per quanto riguarda “Shame and glasses” la cosa più difficile è stata tenere sul pezzo i bambini attori per così tante ora di fila. Non ce l’avrei fatta senza i ragazzi di ArTwelve (line producer del corto). In generale avendo pochi soldi la cosa difficile è sempre riuscire a finire in tempo portando a casa del materiale di qualità.
Di facile non mi viene in mente nulla. Forse far fare ai bambini quello che volevo: con gli attori adulti a volte possono nascere contrasti su come interpretare un personaggio, i bambini invece sono abituati ad ubbidire a regole imposte dall’alto quindi si limitano a fare ciò che gli chiedi.

Corto è davvero più bello?

No, ogni storia ha il suo respiro.
Ma più è lungo è più è facile annoiare, quindi diciamo che nel dubbio è meglio corto che lungo. Il cortometraggio costringe alla sintesi, quindi sicuramente è più facile rimanere all’essenziale e non sbrodolare.

Qual è il suo stato d’animo quando, per necessità di lunghezza della pellicola, deve rinunciare ad una scena ben fatta?

Ho girato solo cortometraggi e non mi sono mai posto il problema della lunghezza se non in termini di buona scrittura.
In generale è difficile eliminare scene ben scritte a cui si è affezionati, ma se lo devo fare mi sento felice perché significa che la storia sta migliorando. Di solito quando rinuncio alle scene è perché mi rendo conto che non mi stanno portando dove voglio andare, quindi in un certo senso a ogni scena che elimino mi avvicino di più al cuore del messaggio che intendo trasmettere. Può sembrare strano, ma quando si inizia a scrivere di solito non si sa bene cosa si vuole dire: è solo con il tempo e le riscritture che i personaggi e la storia ti guidano verso ciò che davvero conta.

Nell’ambito del cinema italiano, in che misura è possibile proporre delle nuove idee e quanto invece si deve venire a patti con i produttori e i gusti del grande pubblico?

Per quanto mi riguarda non ha senso fare film se il pubblico non li guarda, quindi in qualche misura si deve scendere a patti con il grande pubblico in ogni contesto, non solo quello italiano. I grandi film mettono d’accordo tutti, grande pubblico e spettatori più raffinati.
Per quanto riguarda i produttori: non sono un regista di lungometraggi, ma credo che il cinema italiano sia morto. Non c’è un vero mercato, dunque non c’è più niente. I produttori non possono proporre idee nuove in questa situazione: anche se si riuscisse a produrre una buona opera nessuno andrebbe a vederla perché non sarebbe correttamente distribuita.
Mi dispiace dirlo, ma se avrò mai una sceneggiatura valida in mano dubito che mi converrà proporla ad un produttore italiano…

Non può mancare una considerazione per l’oscar di Paolo Sorrentino…

Mi dispiace che debba sopportare tutte queste critiche. Il film è bello, può piacere e non piacere, ma è oggettivamente bello.
Il punto secondo me è che Sorrentino, come ha dichiarato lui stesso, sta abbandonando la storia in favore del personaggio. Anche se le due cose sono intrinsecamente legate, lui sta cercando di annullare la trama e di limitarsi a raccontare un personaggio. È una cosa molto difficile da fare e che in realtà ha poco a che fare con il mezzo cinematografico a mio avviso. Con “This must be the place” l’esperimento era fallito, con “La grande bellezza” invece ha fatto pieno centro. Purtroppo non ci si può neanche aspettare che il pubblico sia felice quando gli si toglie la trama che è uno dei maggiori elementi di soddisfazione della fruizione cinematografica.

Il David di Donatello è uno dei premi artistici nazionali più importanti. Cosa si prova ad essere inseriti tra i possibili vincitori della statuetta?

Mi fa molto piacere ma non mi illudo. Ho visto i corti che hanno vinto negli anni scorsi e generalmente non sono di mio gusto, quindi dubito fortemente di poter arrivare in cinquina. Però mi fa molto piacere di essere in selezione, perché evidentemente pur presentando un prodotto non proprio in linea con il gusto della manifestazione (e non libero da alcuni difetti) sono comunque riuscito ad arrivare a un risultato.
“Shame and glasses” è anche un lavoro molto semplice, quindi tende a essere messo in secondo piano rispetto a lavori più lunghi o che trattano tematiche più pesanti.
Però quanto a risultati non posso lamentarmi: il corto ha comunque ricevuto oltre 120 selezioni e 34 premi, di cui alcuni molto importanti.

Prossimi progetti? Il sogno nel cassetto?

Sto scrivendo un corto a cui tengo molto e che molto probabilmente dovrò produrre in Francia per questioni economiche (e se si deve andare all’estero perfino per i corti…..). Oltre a quello voglio adattare qualche romanzo a lungometraggio.
Il mio sogno è banale: semplicemente fare film! E di qualsiasi genere.