“Il mese di giugno” di Valerio Vestoso

Il suo corto si intitola “Il mese di giugno”, e proprio a giugno Valerio Vestoso sarà al David di Donatello per presentare il suo lavoro. Diamo la parola al regista, conosciamolo meglio.

Che vuol dire girare un cortometraggio oggi?

Vuol dire confrontarsi per la prima volta con il mondo del cinema, ovvero esercitarsi in una prova generale con la gestione della troupe per lavori futuri di ben altra lunghezza e complessità. Inoltre vuol dire farsi giudicare, dal pubblico, dalle giurie, dai critici e quindi verificare personalmente la solidità della propria passione, del proprio talento.

Quale tipologie cinematografiche vengono meglio rappresentate da un cortometraggio?

Qualsiasi. Dalla commedia al giallo, dal noir alla storia romantica. L’importante è tenere presente quel faro fondamentale che si chiama ritmo, l’unico grande ingrediente che non dovrebbe mai mancare. Il ritmo attraversa tutte le fasi, dalla scrittura alla regia, fino al montaggio. Basta perderlo di vista in uno di questi momenti e il gioco non regge più. L’ho sperimentato personalmente.

Quale corto di sua realizzazione offrirebbe come biglietto da visita ad un produttore cinematografico?

“Il Mese di Giugno” è un corto moltro strutturato. E’ un biglietto da visita per la qualità che si è scelto di perseguire. Una troupe meravigliosa che ha saputo dimostrare grande affezione al progetto, trasferendone i frutti sullo schermo. Il mio ultimo corto “Tacco 12” è invece un microscopico mokumentary sulle sale da ballo e, in quanto tale, andava girato in tutt’altra maniera per renderlo realistico agli occhi del pubblico. In questo caso l’idea è stata preponderante rispetto alla tecnica.

Quale fase lavorativa la impegna maggiormente?

La pre-scrittura. Il trovare una forma con cui raccontare un tema. Abbiamo decenni di cinema alle spalle e si è parlato di tutto. In più abbiamo secoli di teatro in cui i sentimenti, le sensazioni, gli stati d’animo sono stati ampiamente raccontati. Quello che può fare un regista oggi è trovare l’involucro, il punto di vista nuovo con cui accompagnare lo spettatore al cuore della storia.

Che rapporto hanno le generazioni digitali con il cortometraggio?

Ambiguo. Il digitale, con i suoi costi ridottissimi, rischia (e sta riuscendoci benissimo) di distruggere il concetto di buona idea. Ognuno deve avere il diritto di cimentarsi nella realizzazione di un corto, ma deve altresì meritarsi la macchina da presa.

La selezione del casting come avviene?

Solitamente scrivo pensando ad un attore. Finora è sempre andata bene: tutti quelli che immaginavo in fase di scrittura, al momento di concretizzare il progetto, hanno detto di si.

Il corto è ancora lo strumento di promozione per un regista emergente?

Si lo è. Nonostante i videoclip abbiano sostituito il reel di un regista esordiente, il corto dà la possibilità allo stesso di sentirsi più libero. Non si hanno committenti, non si ha una traccia da seguire. E’ la propria storia, la si è scelta personalmente.

È possibile, spinti dalla sola passione, realizzare un corto di successo?

Direi di si. Negli ultimi anni ho visto piccoli gioielli realizzati con troupe minime e budget decisamente ridotti. Almeno all’inizio la sola passione può bastare.

Quanto denaro è necessario per la realizzazione di un cortometraggio?

Sempre meno di quello che si è speso. Il corto è anche un modo per regolarsi con il budget.

Le agenzie ed i festival nazionali che ruolo hanno oggi?

Per quelli come me che non vengono da una scuola di cinema sono fondamentali. Ogni festival è una sorta di esame, per cui la sola partecipazione, il solo inserimento in cartellone diventa un traguardo.