Marco Napoli: vi presento il mio cinema

È il regista di “Erogatore 3”, si chiama Marco Napoli e arriva al David con un corto fuori dagli schemi per provare a mettere in difficoltà la giuria. Scopriamo insieme il suo cinema grazie a questa intervista.

Finora dove ha trovato i protagonisti per le sue storie?

Generalmente mi affido all’osservazione di tutti i giorni, o meglio da lì è sempre scaturito il desiderio di accumulare elementi per una storia poi da “confezionare” a tavolino; ma non lavoro mai di sola fantasia, non sono neanche uno scrittore di metodo, e i protagonisti a cui mi interesso sono prima che personaggi di una struttura narrativa protagonisti di una vita qualunque, ognuna a suo modo originale.

È capitato che abbia cambiato idea su come procedere in fase di scrittura della sceneggiatura?

È più che comune per me. Sono fra quelli che visualizza il cinema come una composizione a tre scritture fondamentali, l’una dipendente dall’altra, e questa possibilità l ho sempre considerata un libertà portante: nonostante programmi molto sino nel dettaglio, muovermi dal progetto di base, scritto e firmato, per “riscrivere” in fase di ripresa e poi, ancora, di montaggio, è uno degli aspetti più affascinanti del lavoro, che aspetto mi sorprenda ogni volta di nuovo.

Quale corto di sua realizzazione offrirebbe come biglietto da visita ad un produttore cinematografico?

Sceglierei “Erogatore 3”. È un lavoro di genere a sé, certo, ma è anche un corto semplice e a suo modo caratterizzato: secondo me la semplicità deve essere un punto di arrivo e in questo caso, senza cedere agli artifici un po’ stereotipo del thriller, la scrittura lineare credo sia riuscita ad esaltare gli elementi a cui più tengo in un racconto: il realismo dell’azione, la personalità a tuttotondo dei personaggi e (prima fra tutte) l’ironia come fulcro di scrittura/lettura della storia.

Quale fase lavorativa la impegna maggiormente?

La fase di più alta concentrazione, e anche quella che io prediligo, è il lavoro con l’attore, ed in questa identifico il significato stesso del (“mio”) cinema: generare, far muovere, dar vita a un’intuizione carica di storia, di spirito, che da me si muove in qualcun altro, e così via. Ho per questo sempre sviluppato un rapporto di paternità oltre che nei confronti dell’opera anche dei suoi componenti.

Che rapporto hanno le generazioni digitali con il cortometraggio?

Un rapporto di grande fortuna; contando che gli strumenti digitali facilitano riguardo tempi, attrezzatura, e (purtroppo) numero di persone necessarie per la realizzazione di un progetto, cimentarsi in un lavoro di forma “breve” come il cortometraggio è sicuramente agevolato; si è incentivati a mettersi alla prova più in fretta e in più occasioni, cosa che con l’utilizzo della pellicola risulterebbe improbabile.

La selezione del casting come avviene?

Nel mio caso è una questione di istinto, non programmatica: lo associo più al meccanismo di un ricordo (di un volto, un carattere, un suono con i quali è nato quel personaggio) che ad una assegnazione a posteriori, una “delega”. Ovviamente è poi il merito di una buona interpretazione rispetto ad un’altra a vincere anche su qualsiasi criterio di scelta.

Il corto è ancora lo strumento di promozione per un regista emergente?

Decisamente sì: considerando le libertà che questa tipologia di lavoro permette, come già detto, è un buon modo di dare prova di sensibilità, di interesse personale (circa contenuti, modalità di racconto, tecnica) e di estro per un giovane autore; non per questo dovrebbe risultare un esame di competenze plurime, da “film-maker” autosufficiente; è fondamentale secondo me dare dimostrazione anche della volontà di voler fare insieme agli altri, per piacere oltre che per esigenza.

È possibile, spinti dalla sola passione, realizzare un corto di successo?

È possibile che a volte la passione sovrasti i limiti di un budget inesistente; congratulandomi con quanti ci siamo riusciti, non credo però che questo sia un esempio da seguire in via generale. Creare con un budget alle spalle per me non significa godere di una produzione di privilegio, ma lavorare con una squadra secondo le regole del mestiere, che seppur fondate SEMPRE su una passione inossidabile non sono più da considerarsi esclusivamente “amatoriali” (“di amatori”).

Quanto denaro è necessario per la realizzazione di un cortometraggio?

Non c’è una somma minima, ho nella mia esperienza avuto a disposizione budget di 2000/3000 euro per un cortometraggio, che (ripeto) sono più’ che altro sostanza di quanto seriamente si voglia prendere noi e gli altri in questo contesto. In più, chiaramente, un giusto budget assicura una ricerca stilistica più libera, fatta di più opzioni. E non parlo invece dei casi in cui sia proprio il budget spropositato a “riempire” le storie di un successo.

Le agenzie ed i festival nazionali che ruolo hanno oggi?

Dovrebbero avere un ruolo di garanzia in quanto bacino di raccolta e di promozione; restano ad oggi la “piazza” fondamentale sulla quale affacciarsi per proporre del proprio. Non ho mai pensato di scrivere in funzione dei requisiti di un festival, ma è pur vero che in questo mercato di prodotti senza mercato sono un mezzo su cui è indispensabile riporre della fiducia.