Ritorna al David Giovanni La Pàrola con “Per qualche centimetro in più”

Arriva da Palermo, ma nei suoi quindici anni di attività ne ha fatta di strada, il trentottenne regista Giovanni La Pàrola, che ritorna dopo un anno di assenza al David di Donatello con il suo nuovo cortometraggio “Per qualche centimetro in più”. Conosciamolo meglio grazie a questa intervista telefonica.

La prima è una domanda di presentazione. Chi è Giovanni La Pàrola?

«È un regista, faccio questo mestiere da circa 15 anni. Ho iniziato per caso, girando cortometraggi mentre facevo l’università, auto-organizzandomi. Non ho frequentato scuole specifiche. Ho studiato al Dams di Bologna. Mentre studiavo, mi impratichivo facendo cortometraggi e poi magari vincevo qualche premio, così queste piccole conferme mi portavano a continuare su quella strada. In maniera istintiva guardavo i film, studiavo il cinema e poi cercavo di esprimermi.»

Cosa si prova ad essere al David tra i possibili vincitori?

«Mi fa molto piacere. Già due anni fa mi era capitato di essere in cinquina con un cortometraggio che si chiamava “Cusutu n’Coddu”, un cortometraggio western – come potete vedere, ribatto sempre sullo stesso stile.»

Il suo regista preferito?

«Ne ho tantissimi. Adoro il cinema di Bryan De Palma. Il film che ho visto più volte, un centinaio di volte, è “Gli intoccabili”. Lo proiettavano, in Sicilia, quando ero ragazzino, e lo trasmettevano in loop. Avevo 14 anni e, a forza di vederlo e rivederlo, l’ho studiato praticamente a memoria.»

E per quanto riguarda i cortometraggi? Ne ha qualcuno tra i preferiti?

«Quelli che ho visto di più sono i miei, perché ne ho fatti almeno una decina, forse di più. Montandoli, lavorandoci su, chiaramente li ho rivisti allo sfinimento. Ho fatto la giuria anni fa in un festival, ma corti altrui li avrò visti al massimo una volta. I corti non li riguardo, anche perché, quando te li segnalano, li vedi ai festival, se no dove li vedi in Italia? È molto difficile vederli su altre piattaforme.»

Dove trova gli spunti per realizzare le sue opere?

«È come per un film, l’approccio è simile. Magari uno legge delle storie, si confronta, legge dei libri, sente una musica… spesso i miei nascono dalla musica. Sento un qualcosa che mi porta ad immaginare una sequenza, dei colori, dei personaggi. La trama di un lavoro che ho fatto due anni fa era nata, per esempio, da una storia biografica, di un mio avo. Era un sarto ambulante e da lì è nata l’idea, poi, per un cortometraggio western, dove, chiaramente, il grado di invenzione ha superato completamente lo spunto iniziale. Quindi le idee per raccontare una storia possono venire da tante urgenze. L’urgenza spesso fa la differenza. Se uno ha l’urgenza, riesce a sintetizzare una storia, a scriverla, a trasportarla in immagini. Se l’urgenza non c’è, è più difficile dire da dove partire: è un mare gigantesco.»

E da dove è partito “Per qualche centimetro in più”?

«Questo piccolo corto è nato, in verità, dall’esigenza di costruire un trailer di apertura per un festival: avevo carta bianca. Avevo una storia che stavo scrivendo, in forma di lungometraggio, e volevo sperimentare la protagonista femminile di questa storia, che è una bounty killer, anomala, un po’ strana, ambientata nell’800. E quindi, da questa esigenza, è nata l’idea di far muovere questo personaggio in un’azione ben precisa. Da lì ci siamo resi conto che poteva essere un corto che avesse anche una sua autonomia, al di là del fatto di essere stato concepito come trailer per un festival.»

La cosa più facile e più difficile durante le riprese?

«La cosa più facile, almeno per me, è sempre stata orchestrare una troupe, magari alzando qualche volta la voce, cercando, come un domatore di leoni, di convogliare tutte le energie, gli attori, la troupe, tutte le personalità e professionalità verso un unico destino, che è quello di raccontare la storia che stai costruendo. La cosa più difficile è mantenere il giusto equilibrio, soprattutto se fai un lungometraggio. Se fai un corto è più semplice, perché i rapporti hanno durata minore e quindi un’inquadratura minore. Nel girare qualcosa che abbia a che fare col cinema, mantenere la tensione, mantenersi concentrati è la cosa più difficile, riuscire in ogni inquadratura a restituire quello che, poi, nel montaggio, sarà il giusto flusso, senza esagerare da una parte e senza togliere dall’altra. Cercare di non caricare troppo tutte le scene, mantenere sempre una giusta proporzione.»

Corto è più bello?

«Per me il corto è sempre stato positivo, addirittura salvifico. Al momento ho fatto un solo film come lungometraggio, per il resto ho girato principalmente corti e spot, quindi al cortometraggio devo tanto. Tutte le volte che ho cercato di esprimermi l’ho fatto con questo mezzo. Al cortometraggio io do una dignità molto superiore a quella che solitamente viene attribuita. Non penso che per forza di cose è più bello. Più bello è fare film. Se ci fosse un mercato con pari dignità dal punto di vista distributivo, probabilmente uno potrebbe pensare di creare una propria filmografia soltanto sui cortometraggi, perché questi avrebbero un mercato e consentirebbero al regista di lavorare anche solo sulle brevi distanze. Purtroppo non è così e, soprattutto in Italia, in questo momento, il cortometraggio è destinato ad essere soltanto un ennesimo, eterno, banco di prova, per dimostrare di saper gestire e raccontare delle storie. Trovo che sia una cosa sbagliata perché, invece, il cortometraggio ha una sua dignità, un suo linguaggio, è un grande terreno di sperimentazione. Sono molto legato alla capacità che ha un corto di raccontare il cinema.»

Cosa prova quando deve rinunciare ad una scena ben fatta, ad esempio, per motivi di lunghezza?

«Nelle mie esperienze, per fortuna, non mi sono mai trovato nella dimensione di dover tagliare una scena ben fatta perché giro solo quello che mi serve, già so quanto dura il film su carta, so che se faccio un corto più lungo di 15 minuti mi gioco la possibilità di andare a certi festival. Perciò, in tutte quelle che sono le dimensioni incerte di questo mestiere, almeno su questo aspetto faccio molto affidamento, anche ad una certa esperienza. Non vado mai a girare cose che non mi servono, piuttosto le taglio prima.»

Prima abbiamo parlato del cinema italiano. In che misura è possibile proporre nuove idee e quanto, invece, bisogna scendere a patti con i produttori e con i gusti del grande pubblico?

«Il cinema italiano, per come la vedo io, ogni tanto è elettrizzato da qualche piccolo successo, da qualche buona notizia, però è un cinema che non esporta all’estero, e quindi è abbastanza in crisi. Non sono gli incassi stagionali di qualche film e di qualche commedia particolarmente riuscita che risollevano questa nostra posizione rispetto al cinema europeo e internazionale. Abbiamo dei problemi che derivano direttamente da come il nostro cinema viene sostentato. Un cinema che è sostentato dalla televisione, ormai da più di vent’anni, si traduce in obiettivi limiti sia nelle cose da raccontare che nelle strategie di marketing. È chiaro che i compromessi, che comunque si devono accettare per fare questo tipo di mestiere, nel nostro caso sono ancora più limitanti, perché ci troviamo a dover accantonare delle idee, magari forti, per poter andare incontro alle necessità di un mercato che poi è finto e che vorrebbe e vuole costantemente delle commedie rassicuranti. Per me questo è un cinema destinato a morire e quindi mi rapporto in maniera molto avvilita rispetto a ciò. Poi, chiaramente, ci sono dei produttori, pochi, pochissimi, in Italia, coraggiosi. C’è una leva di produttori giovani che si sta affacciando, che sta cercando di fare delle scelte più giuste, che sono quelle, per esempio, rivolte al cinema di genere, che noi abbiamo re-inventato negli anni ’70 e di cui ora non c’è più traccia. Però, poiché noi dobbiamo sempre rispondere ad un mercato televisivo che purtroppo è quello interno, questo mercato ha schiacciato parecchi slanci e forse è qui che il cortometraggio va a supplire, con delle scelte più importanti e interessanti che spesso vengono notate e molto spesso no.»

Pochi successi del cinema italiano all’estero, ma uno recente è l’oscar di Sorrentino. Cosa ne pensa?

«Sono molto contento per lui perché mi sembra un regista molto valido e penso che questo sia un ottimo risultato per lui. Però sicuramente non è un risultato, come credono in molti (lo dico pessimisticamente e spero di sbagliarmi), che apre grosse stagioni innovative nel nostro modo di fare film. È un buon risultato, l’oscar, ma va a migliorare soprattutto le condizioni di pensiero e di vita di chi l’ha preso e non di un’industria e del cinema italiano nel suo complesso.»

Prossimi progetti e il suo sogno nel cassetto…

«Il prossimo progetto è quello che sto scrivendo, sul quale però, chiaramente, per una questione scaramantica, non anticipo nulla. Il sogno nel cassetto è realizzarlo, in tempi non biblici».