Andrea Sbarretti, un uomo sul set

“Ti avrei perdonato”. È questo il titolo del suo lavoro, al David nella sezione corti. Il regista è Andrea Sbarretti, originario di Terni. E ha fatto tutto da solo (fotografia, riprese, scenografia…). A lui la parola.

Cominciamo subito con la domanda di presentazione. Chi è …?

Andrea Sbarretti filmaker di Terni autore di una trentina di cortometraggi, una ventina di documentari, videoclip e 3 film.

Tre domande da appassionato: qual è il suo regista preferito e il film/cortometraggio che non smetterebbe mai di rivedere? Perché?

Dopo la vittoria dell’Oscar ottenuta da Paolo Sorrentino, ora è facile salire sul carro del vincitore, ma io ho sempre amato il suo cinema, tanto da farci la mia tesi di Laurea nel 2007, quando lui era ancora considerato un regista “noioso”. E qui si può anche leggerla:
http://www.andreasbarretti.it/andrea_sbarretti_paolosorrentino.pdf
Reputo la sua seconda opera “Le conseguenze dell’amore” il più bel film italiano di tutti i tempi. Le atmosfere di quel film, le inquadrature studiate al millimetro, il volto di Servillo capace di provocare una detonazione col solo aggrottare di sopracciglia, rendono la pellicola un capolavoro assoluto.

Da dove nasce l’idea per un cortometraggio? Dove trova gli spunti per realizzare le sue opere?

È un bella domanda a cui vorrei dare una risposta anch’io.

La cosa più facile e quella più difficile durante le riprese?

Di facile non c’è nulla. E questo andrebbe detto ai giovani attori che desiderano andare su un set perché lo reputano divertente. Fare un corto con me non è per nulla divertente. Anzi, è piuttosto stressante perché le difficoltà sono veramente tante, rispetto ad esempio al teatro dove si parte e si arriva senza fare interruzioni. Fare un corto significa rigirare ogni scena 10 volte, spesso significa ripartire non dall’inizio ma da metà scena. Questo richiede una concentrazione massima, anche per non perdere la continuità nelle espressioni, negli abiti, nella postura.

Corto è davvero più bello?

Partendo dal presupposto di realizzare un’opera convincente, nel cortometraggio si ha la possibilità di concentrare le poche risorse a disposizione in minor tempo. Questo significa raggiungere una qualità più alta. Io ho realizzato anche 3 film, ma l’eccessiva corsa per rispettare i tempi di produzione, non mi ha fatto curare al meglio le scene come avrei voluto.
E comunque un cortometraggio trova più spazi: festival, Tv, internet… Un regista indipendente non ha la possibilità di attrarre l’attenzione di un addetto ai lavori per 2 ore: per 10 minuti, si.

Qual è il suo stato d’animo quando, per necessità di lunghezza della pellicola, deve rinunciare ad una scena ben fatta?

Non lo considero un problema. In questi casi bisogna lasciar da parte i sentimentalismi e pensare al risultato finale.

Nell’ambito del cinema italiano, in che misura è possibile proporre delle nuove idee e quanto invece si deve venire a patti con i produttori e i gusti del grande pubblico?

È impossibile proporre nuove idee e nuovi volti di attori. In Italia trovano spazio solo prodotti da banco, commedie più o meno banali girate in anonimi interni ed in cui ruotano sempre gli stessi interpreti. Questi prodotti (non li chiamo film, ma prodotti) sono adatti ad una razza chiamata pubblico pop corn, che è quello che va al cinema per mangiare appunto pop corn, ungere le poltrone con le mani sporche, commentare ad alta voce e bere bibite americane. Poi c’è un pubblico più accorto, che vorrebbe vedere storie raccontate in maniera diversa, scenografie naturali che possano rappresentare l’Italia più nascosta, volti nuovi e tecniche più autoriali. Questo i produttori non lo hanno capito e continuano sempre a proporre calchi della stessa mano.

Non può mancare una considerazione per l’oscar di Paolo Sorrentino…

Paolo Sorrentino qualche anno fa disse che occorre svincolarsi dai film che raccontano una storia. Chi mi conosce sa che anche io lo dico da parecchio tempo. A chi ha visto il film in Tv, giudicandolo fasullo, ho cercato di far capire, che la grande bellezza di questo film non sta nell’archetipo classico di un film a cui loro sono abituati. La bellezza sta nelle piccole finezze di cui il film è letteralmente inzuppato e che loro (il pubblico televisivo assuefatto alle fiction) nemmeno nota. Alcune scene in cui non succede (per loro) niente ed in cui lo spettatore medio si annoia, sono il linguaggio più evoluto che il cinema mondiale è riuscito mai a rappresentare. Per la cronaca io l’ho visto 4 volte al cinema per un totale di 10 ore di film.

Il David di Donatello è uno dei premi artistici nazionali più importanti. Cosa si prova ad essere inseriti tra i possibili vincitori della statuetta?

Per me sarebbe il coronamento di 15 anni di prove, studio, esperienze, delusioni ed un nuovo slancio per andare avanti.

Prossimi progetti? Il sogno nel cassetto?

Sto finendo di preparare il mio quarto film, da girare senza troupe ciarlatana, senza attori che si sentono divi senza aver lavorato mai. Come in “Ti avrei perdonato” voglio essere solo io sul set, oltre a pochi attori. Pochi dialoghi, zero musica, molto silenzio, saranno gli ingredienti del film.
Il mio sogno è avere una minima distribuzione delle opere. Soldi non mi servono. Fama meno che mai.