“Ad esempio”, di Silvio Governi

“Ad esempio”. È questo il titolo del cortometraggio di Silvio Governi, al David di Donatello per provare a vincere la statuetta. Conosciamolo meglio grazie a questa intervista.

Cominciamo subito con la domanda di presentazione. Chi è …?

Sono una persona che non riesce a smettere di prendere il meglio dalla vita, che ancora si perde dietro la magia di una sequenza cinematografica, che immagina per inquadrature, che s’incanta a guardare la propria figlia, che soffre, ci prova, si dispera, si indigna, rispetta gli altri, si commuove davanti a tutti i finali di film che ama. Ma soprattutto sono ancora quella persona che non vede davanti a sé l’immagine di un cappello ma di un grande boa che ha ingoiato un elefante. Però non è certo per questo che mi sento un Piccolo Principe, ma piuttosto una persona ancora capace di sognare e guardare la vita da un’altra angolazione. Insomma, in poche parole, mi sento più semplicemente un regista.

Tre domande da appassionato: qual è il suo regista preferito e il film/cortometraggio che non smetterebbe mai di rivedere? Perché?

Rispondere a questa domanda è un po’ come quando da bambino ti chiedevano: ma vuoi più bene a mamma o a babbo (rigorosamente “babbo”, per non tradire le mie origini toscane…). Potrei dire Alfred Hitchcock non solo per il fatto che è il Maestro dei Maestri ma più prosaicamente perché il solo fatto di esser capace di scrivere correttamente il suo nome senza consultare internet, è già di per sé un grande attestato di stima e devozione. Però a pensarci bene non si può non citare Truffaut, Scorsese o Steven Spielberg, che ancora mi lascia con il naso all’insù come quando da piccolo ti scappava di mano un palloncino. Ma è anche impensabile non essere grati al Cinema italiano di Fellini o De Sica. Da adulto poi la domanda suona un po’ come: ti piacciono più le donne more, bionde, castane, rosse o con i capelli turchesi? Confesso che la tentazione di rispondere “con i capelli turchesi” è fortissima… allora rispondo… più per non fare torto a nessuno e soprattutto non tradire me stesso: Sam Mendes con “American Beauty”. Di cortometraggi preferiti ne cito due. Il primo è quello del mio attore feticcio, Sean Penn che, in questo caso, ha firmato la regia: “11 settembre 2001”. Nessuno, tranne Spielberg in “Shindler’s List”, è mai riuscito a raccontare una delle più grandi tragedie dell’Umanità attraverso la Poesia. L’altro è invece di un regista francese, ormai scomparso, che ritengo molto fortunato per il solo fatto che la storia che racconta gli è capitata davvero: “Emilie Muller” di Yvon Marciano (1993). Anche qui la poesia del corto sembra ricordarci che nulla è meno casuale del Caso.

Da dove nasce l’idea per un cortometraggio? Dove trova gli spunti per realizzare le sue opere?

L’idea è dappertutto e la differenza siamo noi stessi a farla nel saperla cogliere, trasformarla, trasfigurarla, scegliere la giusta prospettiva, raccontarla per dritto o girarci intorno. Ugo Pirro, in un suo famoso libro sul Cinema, cita Fellini e di come è nata la Dolce Vita. Il Maestro racconta che l’idea gli venne dall’immagine di una donna che attraversava via Veneto con un grande e buffo cappello in testa. Questo ci insegna che da un’immagine, un’icona, una epifania, può nascere l’idea per un film e il nostro compito di regista è soltanto quello di distaccarcene e fare in modo che da quell’idea sorga un qualcosa di completamente diverso e che si traduca in una storia cinematografica. L’idea di Fellini è molto vicina a quella letteraria di Italo Calvino, lo scrittore che Moravia definì lo “scoiattolo della penna”. Ecco, forse noi registi siamo un po’ degli scoiattoli che saltano da un posto all’altro, in quei luoghi inesplorati, alla ricerca della nostra ghianda, quella perfetta, che è come l’idea che nutre il racconto.

La cosa più facile e quella più difficile durante le riprese?

Essendo una persona, ma questa cosa credo mi accomuni a tanti registi, che detesta sentirsi insicuro sul set ma che piuttosto deve avere tutto sotto controllo, un po’ come nella mia vita, durante la fase della preparazione mi studio ogni singola inquadratura di ogni scena, ogni movimento di macchina e l’uso drammaturgico della luce. Passo giorni, anche nei momenti più impensabili della mia giornata, a provare nella mia testa quel carrello laterale o in avanzamento, quel dettaglio, quella panoramica o controcampo. E tutta questa preparazione la ritengo la parte più difficile ma mi permette di arrivare sul set con la giusta tensione, serenità e sicurezza, quasi come se il film non dipendesse più da me ma soltanto da quell’inspiegabile alchimia che gli attori e tutta la troupe, dal direttore della fotografia all’ultimo dei macchinisti, realizzano e creano, tutti insieme. Noi registi dobbiamo solo essere pronti a cogliere quell’attimo fuggente, quell’imprevisto, quel sussulto che poi il pubblico ritroverà sul grande schermo. Ed è per questo motivo che trovo il set la parte più facile da gestire, in quanto mi sento sicuro come se mi trovassi a casa con la mia famiglia.

Corto è davvero più bello?

Un cortometraggio è sicuramente una forma di espressione cinematografica molto efficace, diretta. Condensare tutto in pochi minuti, che siano emozioni, tensioni, messaggi, senza apparire superficiali solo perché “corto”, è certamente affascinante, meraviglioso ma non per questo facile e, allo stesso tempo, per certi versi, frustrante. Il dono della sintesi non è cosa di tutti ed alle volte la storia pensata per un cortometraggio ci pone davanti a delle scelte. E’ un po’ come guidare una Ferrari lanciata a 300 km orari e ad un certo momento ti trovi davanti ad una curva e sai che non puoi sbagliare, non hai tempo di pensare se quella è una curva a sinistra o a destra, ampia piuttosto che a gomito. Devi prendere la tua decisione immediatamente. E fino a che non sei arrivato al traguardo non puoi immaginare se quella sarà la decisione giusta. Tutto questo ha in sé una bellezza straziante, come la definirebbe Pasolini a proposito però del Creato.

Qual è il suo stato d’animo quando, per necessità di lunghezza della pellicola, deve rinunciare ad una scena ben fatta?

Io credo che ogni regista, una volta che ha completato un’opera, debba imparare a distaccarsene. Un po’ come si fa con un figlio che continuerai sempre ad amare ma dal quale devi accettare l’idea che sia altro da te, un essere autonomo che cammina con le proprie gambe e pensa con la propria testa. Lo so che è un accostamento un po’ azzardato ma credo che renda l’idea. Se poi il concetto non fosse chiaro potrei ricordare quello che è avvenuto tra Tornatore e il suo produttore, il grande Franco Cristaldi, a proposito di Nuovo cinema Paradiso. Il film uscì la prima volta nelle sale e fu smontato dopo pochissimi giorni. Cristaldi chiuse Tornatore in una saletta privata e, alla fine della proiezione, gli disse esattamente tutte le sequenze che avrebbe dovuto tagliare. Quasi 45 minuti! Tornatore si infuriò e tentò in tutti i modi di difendere quella sua creatura. Cristaldi fu irremovibile ed alla fine lo convinse. Non vi devo ricordare come andò a finire…

Nell’ambito del cinema italiano, in che misura è possibile proporre delle nuove idee e quanto invece si deve venire a patti con i produttori e i gusti del grande pubblico?

Ormai in Italia è sempre più difficile fare un film soprattutto per un regista esordiente. Io credo che uno dei motivi sia che i produttori, a volte anche loro malgrado, devono rispondere a certe logiche economiche o ad interessi che vanno oltre le capacità, il talento e perfino oltre l’opera stessa. Ormai il gusto è sempre più omologato. Sembra che sia possibile fare soltanto commedie o che il pubblico voglia soltanto ridere o sorridere. Io credo che tutto questo sia molto limitante e che offenda il pubblico stesso che, quando si allinea al mercato è solo perché il sistema stesso ha smesso di educarlo alla bellezza. Perché ogni individuo, fin dalla nascita, dovrebbe essere educato alla bellezza, ad una sorta di estetica della bellezza, partendo da certi canoni da cui non si deve mai prescindere. Forse tutto questo è mera utopia, ma certamente, in questo modo, non crederemmo più alla favola che i cinepanettoni sono necessari per avere la forza e la disponibilità economica per produrre il cinema d’autore. Inoltre, nel Cinema italiano, i ruoli sono diventati intercambiabili e trasversali. Sempre più attori, sceneggiatori o direttori della fotografia (a volte anche produttori) si cimentano nella regia. I ruoli non sono più definiti e ognuno crede di poter essere artista soltanto se si mette alla prova attraverso la regia. Manca in Italia la figura del regista tout court che non si sente artista o autore ma un semplice operaio al servizio dell’opera. Ecco, credo che in quest’ottica si possa ripensare la figura del regista, in modo che le nuove idee possano così nascere ed essere supportate dal lavoro di tutti nel rispetto dei ruoli.

Non può mancare una considerazione per l’oscar di Paolo Sorrentino…

Credo, come tutti, che l’Oscar a Paolo Sorrentino sia non solo un motivo di orgoglio, ma soprattutto uno stimolo per noi tutti a fare del cinema d’autore. Sorrentino ha avuto un gran coraggio a trattare una tematica della quale Fellini ha fatto una vera e propria poetica. Il rischio del paragone era evidente. Ma Sorrentino è riuscito comunque a non farsi irretire dal Maestro e ad uscire dalla sua ombra incombente. Sostengo che non sia un film perfetto – ma quale lo è? – e che alcuni personaggi siano forse incompiuti, ma quello di Jep Gambardella interpretato da un attore come Toni Servillo, ormai un’icona del Cinema italiano, rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo.

Il David di Donatello è uno dei premi artistici nazionali più importanti. Cosa si prova ad essere inseriti tra i possibili vincitori della statuetta?

Sfido chiunque a non aver, almeno una volta, sognato di vincere un premio prestigioso come il David di Donatello. Sono certo che la vincita di uno dei più importanti premi italiani sia, non solo un riconoscimento al proprio lavoro, ma anche uno stimolo a superare i propri limiti, un motivo di orgoglio. Significherebbe, senza dubbio, dare una brusca sterzata alla propria carriera professionale. A questo proposito, anche per stemperare l’emozione, mi viene in mente la frase pronunciata con grande fierezza dall’illustre professore universitario ed economista Federico Caffè, scomparso misteriosamente verso la fine degli anni ’80, rivolta ad uno studente di cui non era soddisfatto per come aveva svolto le ricerche per la propria tesi: “Io sono Federico Caffè e sono sulla Treccani. Tu invece chi sei e cosa hai fatto nella vita?”. Ecco, più o meno, mutatis mutandis, mi farebbe sentire così.

Prossimi progetti? Il sogno nel cassetto?

Il cortometraggio che ho realizzato vorrebbe essere il mio biglietto da visita per poter girare il mio primo lungometraggio. È tanto tempo che mi dedico a questo progetto con tutto me stesso. Il mio film è uno spaccato del mondo adolescenziale in Italia. È una sorta di urlo che squarcia le nostre vite, le nostre coscienze di adulti e genitori che non sanno comunicare con i propri figli adolescenti. Una generazione di piccoli uomini e piccole donne divenuta ormai inaccessibile al mondo adulto. Gli adolescenti di oggi sono come un fiume in piena che rompe gli argini e ci travolge con la loro fretta di crescere, di consumarsi, di correre al di là del perimetro dell’infanzia. Sono impazienti di arrivare ma senza avere chiaro il punto di arrivo. E lo fanno con il disincanto, la leggerezza, il candore dei loro anni e un’irrefrenabile urgenza di bruciare le tappe, di dimostrare di esistere.