“Mia”, il corto di Diego Botta

 

Per la sezione corti del David di Donatello 2014, c’è Diego Botta con “Mia”. Scambiamo qualche parola col regista per conoscerlo meglio.

Cominciamo subito con la domanda di presentazione. Chi è …?

Mi chiamo Diego Botta, ho 34 anni, sono regista e sceneggiatore. Sono originario di Dego in provincia di Savona, dove sono cresciuto, per poi trasferirmi per studi a Bologna, dove mi sono laureato in Scienze della Comunicazione. Ho studiato cinema a Parigi 8 Saint Denis e scrittura allo IED a Roma.
Ho iniziato a lavorare nell’audiovisivo come pubblicitario, attività che ancora svolgo.

Tre domande da appassionato: qual è il suo regista preferito e il film/cortometraggio che non smetterebbe mai di rivedere? Perché?

Ci sono molti registi che ammiro per il loro lavoro, degli esempi per me per come sono riusciti a creare un immaginario, citerei Fellini, Scorsese e Refn.
Un corto che mi è molto piaciuto è “The Six Dollar Fifty Man”, il protagonista, un bambino neozelandese è fenomenale.

Da dove nasce l’idea per un cortometraggio? Dove trova gli spunti per realizzare le sue opere?

Ho letto la storia in un trafiletto di giornale, poi ci ho ricamato su. In generale per scrivere parto da un’immagine che mi impressiona, spesso si tratta di episodi o immagini controverse, dove mi piace pensare che non tutto è come sembra.

La cosa più facile e quella più difficile durante le riprese?

È facile essere stressati, il resto è tutto difficile.

Corto è davvero più bello?

Il corto per me è una tappa, una palestra e ha un suo linguaggio specifico, è molto difficile affrontarlo, per cui è una bella sfida, bisogna essere bravissimi e gli stimoli sono enormi.

Qual è il suo stato d’animo quando, per necessità di lunghezza della pellicola, deve rinunciare ad una scena ben fatta?

Se è solo una questione di lunghezza ci si sente male, anzi malissimo, sacrificare qualcosa è sempre un problema, sennò perché mai l’avremmo girata quella scena, con tutta la fatica che ci vuole? Poi se è una scena riuscita, ancora peggio.

Nell’ambito del cinema italiano, in che misura è possibile proporre delle nuove idee e quanto invece si deve venire a patti con i produttori e i gusti del grande pubblico?

Fare cinema significa dialogare con la realtà, se il sistema ha certe caratteristiche bisogna dialogare con quelle, altrimenti ci vuole molta creatività anche da un punto di vista produttivo. Fare i film, anche belli, non costa più come un tempo, si possono fare. Il vero problema non è come fare i film, ma scrivere delle storie valide e alla portata, che non è sempre facile, e trovare un modo di mantenere la propria vita, prima, durante e dopo il processo produttivo del film.

Non può mancare una citazione per l’oscar di Paolo Sorrentino…

A me il film è piaciuto, poi ha vinto tutto. Sia lui che la produzione che lo segue hanno rischiato e sono stati ripagati, meno male che c’è qualcuno che ancora lo fa. Chapeau.

Il David di Donatello è uno dei premi artistici nazionali più importanti. Cosa si prova ad essere inseriti tra i possibili vincitori della statuetta?

Ho avuto l’onore di esserci un’altra volta e poi abbiamo vinto con “Jody delle Giostre”, di cui sono sceneggiatore, un’emozione bellissima.

Prossimi progetti? Il sogno nel cassetto?

Nel cassetto ci sono sempre tanti appunti, poi qualcosa emerge, non dico nulla per scaramanzia. Il sogno nel cassetto è sempre: fare un bel film.