“Bella di papà”, regia di Enzo Piglionica

 

Cominciamo subito con la domanda di presentazione. Chi è …?

Sono Enzo Piglionica un giovane quarantenne. Da anni lavoro raccontando storie, ho iniziato con i disegni, poi con le foto e adesso anche col video. Ho una piccola casa di produzione che si chiama Vertigo imaging in omaggio a Hitchcock ma anche e soprattutto perché sono innamorato di Mr. Vertigo che è un romanzo di Paul Auster.

Tre domande da appassionato: qual è il suo regista preferito e il film/cortometraggio che non smetterebbe mai di rivedere? Perché?

Sono legato a tantissimi film, soprattutto quelli che ho guardato da adolescente e agli stessi registi che li hanno girati. Se proprio dovessi scegliere, senza pensarci troppo, farei i seguenti nomi: Sergio Leone, Stanley Kubrick, Gus Van Sant, Joel ed Ethan Coen. In realtà l’elenco sarebbe lunghissimo e soprattutto non escluderebbe Akira Kurosawa o Katsuhiro Ōtomo. È inutile elencare anche i film legati a questi registi. Le loro opere, anche se non sono mainstream, oramai fanno parte di un immaginario collettivo acquisito. Piuttosto citerei un cortometraggio che adoro:
I Love Sarah Jane di Spencer Susser. Mi sarebbe piaciuto scriverlo e girarlo.

Da dove nasce l’idea per un cortometraggio? Dove trova gli spunti per realizzare le sue opere?

Di solito le storie mi arrivano come un regalo, da un incontro o da uno sguardo. Lo spunto per raccontare una storia può arrivare anche da una lunga chiacchierata con un amico. È nato così il cortometraggio “Bella di Papà”, da una lunga chiacchierata, folle, con Nicola Nocella. Spesso lavoro con la musica, realizzo molti videoclip musicali, lo spunto per raccontare una storia può nascere anche da un giro di basso.

La cosa più facile e quella più difficile durante le riprese?

La cosa più facile durante le riprese è lavorare con la troupe. La troupe con cui lavoro è una sorta di famiglia, bravi professionisti con cui è piacevole stare sul set. La cosa più difficile è combattere con i tempi stretti. Spesso la carenza di budget ci costringe a dei tempi serrati e bisogna spesso rinunciare ad inquadrature per portare a casa la storia. Per girare Bella di Papà avevamo solo due giorni. Mentre giravamo una delle scene più importanti del corto i fedeli della chiesa che ci aveva prestato i paramenti e gli arredi della sacrestia ci ha smontato il set. Il prete doveva dire messa ed era tardi. Buona la prima!

Corto è davvero più bello?

Il bello di un cortometraggio è l’indipendenza dalle logiche del profitto. Poiché in Italia non esiste un mercato del cortometraggio si è liberi di poter sperimentare nuovi linguaggi o espedienti narrativi. Nel videoclip musicale, che è una forma narrativa anche più breve, questa libertà è totale.

Qual è il suo stato d’animo quando, per necessità di lunghezza della pellicola, deve rinunciare ad una scena ben fatta?

Separarsi da una scena ben fatta è follia. Nel corto le dinamiche di rinuncia ad una scena sono abbastanza limitate. Probabilmente si rinuncia a qualche inquadratura piuttosto che all’intera scena. Io non sacrificherei mai una scena ben fatta, piuttosto litigo col produttore.

Nell’ambito del cinema italiano, in che misura è possibile proporre delle nuove idee e quanto invece si deve venire a patti con i produttori e i gusti del grande pubblico?

Nel cinema italiano degli ultimi anni vedo raramente idee nuove, per fortuna ci sono forti personalità registiche che nel tempo ci hanno regalato dei grandi film. La logica dei nostri produttori del profitto facile ha portato ad un proliferare di film contaminati dalla televisione. Un primo passo potrebbe essere questo: disintossicare il cinema dalla televisione e dai personaggi televisivi. Se poi volessimo fare un discorso più ampio sul declino culturale degli italiani dovremmo andare ben oltre il cinema.

Non può mancare una citazione per l’oscar di Paolo Sorrentino…

Io adoro Sorrentino, sono contento per il premio oscar a La Grande Bellezza. Ho trovato curioso che questo film sia diventato un caso mediatico, il giorno della messa in onda in tv, dopo il premio, tutti quelli che l’hanno visto avevano un parere e volevano “pubblicarlo” sui social.

Il David di Donatello è uno dei premi artistici nazionali più importanti. Cosa si prova ad essere inseriti tra i possibili vincitori della statuetta?

Il David di Donatello è come l’Oscar, qui in Italia. Quando ho iniziato a fare questo lavoro pensavo alla statuetta come traguardo o inizio per una “carriera” professionale. Non ho mai rincorso i premi o la fama, ma sono nato nel secolo scorso e non faccio testo, ma a quarantanni e dopo 15 anni di professione, l’emozione al pensiero di questo riconoscimento non è scemata, ma cambiata.

Prossimi progetti? Il sogno nel cassetto?

Dopo Bella di Papà, ho già presentato un documentario su Guy Portoghese, sassofonista e cantante, prematuramente scomparso e mio caro amico. Sto lavorando a diversi videoclip musicali e ad un format televisivo ancora con Nicola Nocella, col quale continua il sodalizio artistico che ci vedrà impegnati ancora, anche per il cinema.