“Io mi chiamo Paul”, di Elena Pirozzi

 

È nella sezione corti del David con “Io mi chiamo Paul”. Si chiama Elena Pirozzi, e presenta un lavoro che racconta la violenza in maniera originale. A lei la parola.

Cominciamo subito con la domanda di presentazione. Chi è …?

Chi è Elena Pirozzi… ma parliamo invece di Paul, il protagonista del cortometraggio “Io mi chiamo Paul ovvero la spinta..” e che cosa simboleggi questo giovane camerierino di pub, più o meno attraente e con tanti sogni in tasca, come per tutte le ragazze della sua età. Il suo personaggio sta a rappresentare le donne che subiscono violenza; ed il fatto che ci sia un uomo nel classico ruolo della vittima di stupro nasce dall’esigenza di partire da un punto che deve diventare inequivocabile: non esiste alcuna ragione genetica perché le donne siano destinate a diventare succubi della bassa istintività maschile, e ciò deve essere un caposaldo per gli uomini in primis, ma fondamentalmente per le donne. In ultima analisi Paul è l’emblema della vittima, non dell’essere vittima…

Tre domande da appassionato: qual è il suo regista preferito e il film/cortometraggio che non smetterebbe mai di rivedere? Perché?

Non c’è propriamente un regista, ma un periodo del cinema italiano: il neorealismo e naturalmente la relativa produzione filmica perché é evidente: la sua traccia è stata talmente forte da riuscire ad influenzare il cinema di mezzo mondo; comunque mi piace citare Vittorio De Sica, Liliana Cavani, Lina Wertmuller, e c’è anche un film recente di Paola Comencini “Lo spazio bianco” bel film e ottima regia.

Da dove nasce l’idea per un cortometraggio? Dove trova gli spunti per realizzare le sue opere?

Da i miei mal di stomaco… Scherzo… Però é tutto legato ad un movimento interiore, è la reazione dei miei stati d’animo a delle immagini e perché no delle parole che mi scuotono e mi sostengono… fino ad ora.

La cosa più facile e quella più difficile durante le riprese?

Per me é tutto allo stesso livello, nel senso che tutto mi coinvolge, anche il trucco!

Corto è davvero più bello?

Corto è più bello fin quando sono io a produrre… Scherzi a parte, a onor del vero il corto è la calzatura ideale per l’idea che fulmina la passionale quale sono, ed è tutt’uno con la propria istintività… Poi però arriva la mia parte polemica che bussa.

Qual è il suo stato d’animo quando, per necessità di lunghezza della pellicola, deve rinunciare ad una scena ben fatta?

Mi è successo proprio in questo lavoro una cosa analoga; comunque quando sei in fase di lavorazione, durante o post, sei assalita da un forte senso propositivo e quindi cerchi di arrivare alla meta, al meglio naturalmente.

Nell’ambito del cinema italiano, in che misura è possibile proporre delle nuove idee e quanto invece si deve venire a patti con i produttori e i gusti del grande pubblico?

Per quello che vedo mi sembra di vedere un cane che si morde la coda e ciò é il risultato di una calma piatta: poca sperimentazione e pochi rischi, non dovremmo mai dimenticarci che l’arte quale che sia non è altro che il risultato di un pensiero che dissente da quello comune, e sono meccanismi come questo che scatenano l’evoluzione.

Non può mancare una considerazione per l’oscar di Paolo Sorrentino…

Sono felicissima per lui e per il cinema italiano… Non è il mio cinema di riferimento (ma la mia é tutta invidia).

Il David di Donatello è uno dei premi artistici nazionali più importanti. Cosa si prova ad essere inseriti tra i possibili vincitori della statuetta?

Ma siete pazzi, ad una domanda così non si risponde… Porta male.

Prossimi progetti? Il sogno nel cassetto?

Il terzo capitolo di una trilogia di cortometraggi che sfrutta l’idea del ribaltamento dei ruoli (questo ne è il secondo). Sogno di riuscire a mettere in cantiere tutto quello che scrivo, mi rendo conto che ciò sia un po’ arduo, ma vi assicuro che morirò tentandoci.